Le tecnolgie di Internet consentono di inviare messaggi, immagini, filmati ed ogni genere di comunicazione all’interno di newgroups, mailing list, chat-line nonché di permettere la costruzione di pagine web. Ciò comporta il rischio che diversi illeciti possano verificarsi sui siti della rete: si pensi, in tal senso, alle violazioni delle norme sul diritto d’autore e sulla protezione dei marchi; sul buon costume e contro lo sfruttamento sessuale; sull’ordine pubblico, o ancora alle violazioni del diritto alla riservatezza nonchè, ovviamente, al reato di ingiuria e di diffamazione.

In relazione al compimento tramite Internet di quest’ultimo tipo di reato, allo scopo di inquadrare correttamente una questione che presenta indubbi aspetti di novità, appare anzitutto opportuno differenziare gli aspetti penalistici da quelli civilistici.


Il reato di diffamazione nel codice penale.

Il reato di diffamazione (reato perseguibile a querela della parte offesa, art. 597 c.p., entro tre mesi dalla notizia del fatto che costituisce reato, art. 124 c.p.), consiste nel recare offesa all’altrui reputazione e viene identificato nel capo II del codice penale intitolato “Delitti contro l’onore”. L’art. 595 dispone infatti che “Chiunque...comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a due milioni. Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a lire un milione” (così i commi 1 e 3). Conviene anzitutto soffermarsi brevemente sul contenuto della disposizione.

La reputazione (che individua il bene, l’oggetto giuridico, tutelato dalla norma), costituisce quell’opinione o stima di cui l’individuo gode in seno alla società per carattere, ingegno, abilità professionale, qualità fisiche ed altri attributi personali. Essa non si identifica pertanto con la considerazione che ciascuno ha di sè o con il semplice amor proprio, ma con il senso della dignità personale in conformità all’opinione del gruppo sociale, secondo il particolare contesto storico (in tal senso Cass. Sez. V, 24/03/95 n. 3247). L’elemento oggettivo di questo reato implica due requisiti: l’offesa all’altrui reputazione e la comunicazione con più persone. Per quel che attiene al primo elemento - l’offesa dell’altrui reputazione -, non soltanto le espressioni non vere e non obiettive ma anche quelle dubitative, come quelle insinuanti, allusive, sottintese, ambigue e suggestionanti, possono essere idonee ad integrare il reato di diffamazione allorquando, per il modo in cui sono poste, fanno sorgere in chi le percepisce un atteggiarsi della mente favorevole a ritenere l’effettiva rispondenza di quanto affermato (Cass. Sez. V, 05/08/92 n. 884.

L’intento diffamatorio può essere infatti raggiunto anche con mezzi indiretti e subdole allusioni e pure in questa forma deve essere penalmente represso (Cass. Sez. V, 17/04/91 n. 4384). Giova peraltro ricordare che nel delitto di diffamazione l’offesa alla reputazione può anche consistere nell’aggressione alla sfera del decoro professionale (così Cass. Sez. V, 18/06/82 n. 5945). E’ superfluo poi sottolineare che, data la grande relatività della nozione di onore e/o reputazione (lato sensu), nel giudizio sul carattere diffamatorio di un addebito il giudice deve tener conto di tutte le circostanze del caso concreto e dei criteri di valutazione usuali nell’ambiente in cui il fatto si svolge.

Quanto al requisito concernente le modalità dell’azione, l’offesa alla reputazione deve essere effettuata “comunicando con più persone”, realizzandosi in tal modo quella divulgazione che è una delle caratteristiche strutturali del reato. Il mezzo con cui si attua la comunicazione è indifferente (parole, scritti, disegni, etc.), ma questa deve necessariamente rivolgersi ad almeno due persone, mentre non è necessario che avvenga contemporaneamente, potendo aver luogo in tempi diversi.

Per quel che attiene all’elemento soggettivo (elemento psicologico) del reato di diffamazione, non può ritenersi indispensabile l’intenzione di offendere la reputazione della persona (animus diffamandi o denigrandi), risultando sufficiente il dolo generico, cioè la volontà di usare espressioni offensive con la consapevolezza di ledere l’altrui reputazione (ex multis Cass. Sez. V, 06/06/88 n. 6671).

Il dolo generico può peraltro assumere anche la forma del dolo eventuale, in quanto basta che l’agente, consapevolmente, faccia uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili come offensive, cioè adoperate in base al significato che esse vengono oggettivamente ad assumere, senza un diretto riferimento alle intenzioni dell’agente (Cass. Sez. V, 11/06/99 n. 7597).

Altra condizione essenziale ed imprescindibile per attribuire una rilevanza giuridico-penale alla concreta fattispecie diffamatoria consiste nell’individuazione dell’effettivo destinatario dell’offeso. A tal fine non occorre che l’offensore ne indichi espressamente il nome, ma è sufficiente che l’offeso possa venire individuato per esclusione in via induttiva, tra una categoria di persone (Cass. Sez. V, 20/ /92, n. 8120). E’ inoltre riconosciuta anche alle persone giuridiche ed agli enti collettivi (associazioni, partiti, fondazioni, enti di fatto privi di personalità giuridica, etc.) la capacità di essere soggetti passivi del delitto di diffamazione e la corrispondente titolarità del diritto di querela. Appare difatti concettualmente ammissibile l’esistenza di un onore sociale, collettivo, quale bene morale di tutti i soci, associati, componenti, membri come un tutto unico, capace di percepire l’offesa (Cass. Sez. V, 16/03/92, n. 2886). La legittimazione compete, tuttavia, anche ai singoli componenti, allorché le offese si riverberino direttamente su essi: tale concorrente responsabilità presuppone però che l’offesa non si esaurisca in valutazioni denigratorie che riflettano esclusivamente l’ente in quanto tale, ma investano, o attraverso riferimenti espliciti, o mediante un indiscriminato coinvolgimento nella riferibilità all’accusa, i singoli componenti, così danneggiati nella loro onorabilità individuale (cfr. Cass. Sez. V, 22/03/88, n. 3756 e, più recentemente, 27/04/98 n. 4982).


Il diritto di critica.

Quanto alla valenza lesiva delle espressioni che si assumono come diffamatorie, le stesse debbono essere valutate considerando la scriminante del diritto di critica, riconosciuto dalla stessa Carta Costituzionale all’art. 21. Per orientamento costante, si ritiene che il diritto di critica consista nell’espressione di un dissenso motivato, cioè nell’affermazione di fatti non apodittica ma supportata da appigli concreti. La critica consiste pertanto in un’interpretazione soggettiva di fatti e comportamenti che per sua natura non può essere imparziale ma che comunque deve essere, sia pure nell’ambito di forme aspre, espressa in modo civile. Se ne desume pertanto che non è critica, ovvero manifestazione di dissenso motivato, ogni apprezzamento negativo indotto da mera animosità personale ed espresso in forma esuberante.

Nell’esercizio del diritto di critica, la valutazione o la censura del fatto non deve trascendere in espressioni volgarmente offensive, ma deve ritenersi legittimamente esercitato anche quando si motivino le proprie opinioni ricorrendo a parole aspre e pungenti, di per sè insultanti, purchè queste ultime siano razionalmente correlate ai fatti riportati ed ai giudizi espressi, essendo altresì congruenti al livello della contrapposizione polemica raggiunta.

Il diritto di critica, che fa venir meno l’illiceità della condotta diffamatoria, incontra gli invalicabili limiti dell’interesse pubblico della conoscenza dei fatti narrati, della verita dei fatti stessi e della correttezza del linguaggio (c.d. continenza), cioè nell’uso di modi espressivi che non siano di per se stessi lesivi dell’altrui onorabilità (Cass. Sez. V, 07/10/87).


La diffamazione su Internet.

Svolti questi brevi seppur doverosi rilievi preliminari, l’analisi può essere impostata in maniera più specifica, considerando la condotta diffamatoria che si avvalga di Internet quale strumento di diffusione. Che il reato previsto e punito dall’art. 595 c.p. possa essere commesso per via telematica od informatica è finanche intuitivo: basterebbe pensare alla c.d. trasmissione via e-mail, per rendersi conto come sia certamente possibile che un agente, inviando a più persone messaggi atti ad offendere un soggetto, realizzi la condotta tipica del delitto di ingiuria (art. 594 c.p. se il destinatario è lo stesso offeso) o di diffamazione (se i destinatari sono persone diverse). Se invece l’agente immette il messaggio in rete, l’azione è ovviamente altrettanto idonea a ledere il bene giuridico dell’onore.

Per quanto riguarda specificatamente il reato di diffamazione, è infatti noto che esso si consuma anche se la comunicazione con più persone e/o la percezione da parte di costoro del messaggio non siano contemporanee (alla trasmissione) e contestuali (tra di loro), ben potendo i destinatari trovarsi a grande distanza gli uni dagli altri, ovvero dall’agente. Ma mentre nel caso di diffamazione a mezzo posta, telegramma o appunto e-mail, è necessario che l’agente compili e spedisca una serie di messaggi a più destinatari, nel caso in cui si crei o si utilizzi uno spazio web o le pagine di un gruppo di discussione (c.d. newsgroup), la comunicazione deve intendersi effettuata erga omnes, seppur nei limiti degli utilizzatori della rete (così il Tribunale di Lecce, Sez. II Civile, 16/09/00).

Partendo da tale premessa, “si giunge agevolmente alla conclusione che l’utilizzo di Internet” nel reato di diffamazione “integra una delle ipotesi aggravate di cui all’art. 595 c.p. (comma terzo: “offesa recata...con qualsiasi altro mezzo di pubblicità”)”. In tale senso si è espressa la giurisprudenza della Corte di Cassazione Penale, con la sentenza del 27/12/00 n. 4741, per la quale, infatti, “la particolare diffusività del mezzo usato per propagare il messaggio denigratorio rende l’agente meritevole di un più severo trattamento penale”.


I soggetti responsabili in sede penale e civile.

Il problema principale rimane allora quello di individuare su chi grava la responsabilità del fatto illecito commesso. Anche dopo quest’ultima citata decisione, permane infatti l’incertezza relativa alla possibilità di estendere le responsabilità del fatto illecito ai gestori dei siti web (da intendere in senso ampio). Sul tema, il principio costituzionale per il quale “la responsabilità penale è personale” (art. 27 co. 1), indirizza la proposizione delle tutele esercitabili nei confronti di coloro che hanno provveduto alla materiale immissione del messaggio denigratorio in rete. Ma al di là di questa “facile” soluzione, risulta particolarmente interessante il tentativo, avanzato da più parti, di configurare una responsabilità per culpa in vigilando in capo ai gestori di siti Internet per le violazioni commesse da terzi utenti del servizio offerto.

Per configurare una imputabilità di tali soggetti si è inizialmente fatto ricorso alle norme sulla responsabilità dell’editore di una testata giornalistica ed in particolare all’art. 57 e 57 bis c.p. relativo ai reati commessi a mezzo stampa, equiparando il gestore di un sito internet ad un responsabile editoriale ed attribuendogli l’obbligo di verificare la legittimità di tutto il materiale pubblicato sul proprio server, compreso quello inviato da terzi. Parte della dottrina ha inoltre fatto riferimento all’art. 30 della Legge 6 giugno 1990 n. 223 (c.d. legge Mammì) che attribuisce gli stessi obblighi dell’editore di una testata giornalistica al gestore di una radio o di una televisione. Emergerebbe pertanto una corresponsabilità del gestore nell’illecito commesso dal terzo utente, consistente nel mancato adempimento dell’obbligo di monitoraggio del materiale inviato sul proprio server, obbligo sancito dalle citate disposizioni normative. Detta responsabilità, più volte avanzata in sede giudiziaria, viene tuttavia esclusa dalle Corti sulla base dell’art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale che, affermando il principio del divieto di estensione analogica delle norme penali oltre i casi ed i tempi in esse considerati, esclude così la possibilità di applicazione delle norme individuate al mezzo di comunicazione telematico.

A questo proposito si consideri, per tutte, la decisione del G.U.P. del Tribunale di Oristano del 06/06/00 n. 137 la quale, in un caso relativo ad una asserita diffamazione commessa tramite un messaggio apparso su di un sito Internet, ed in relazione al quale si chiedeva la condanna dell’autore richiamando, fra i capi d’accusa, l’applicazione dell’aggravante prevista dall’art. 13 l. 47/48 (sulla diffamazione a mezzo stampa) e dall’art. 30 L. 223/90 (diffamazione a mezzo di trasmissioni radiofoniche o televisive), ha ritenuto che “entrambe le norme considerate non possano essere applicate alla diffamazione commessa attraverso internet, mezzo di diffusione delle informazioni del tutto peculiare, al quale, vertendo in materia penale, non può essere estesa in via analogica la disciplina dettata per la stampa o la radio o la televisione….d’altra parte”, prosegue la sentenza, “in presenza di una previsione normativa quale quella di cui all’art. 595, comma 3, c.p. concernente l’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” che si attaglia alla perfezione ai contenuti diffamatori diffusi attraverso internet, non si vede nemmeno quale sia la necessità di effettuare una forzatura interpretativa per ricondurre il caso in esame nell’alveo della disciplina sanzionatoria delle leggi 47/48 o 223/90”.

E’ questo uno dei pochi punti sui quali si registra un consenso pressochè unanime, sia a livello dottrinale che in sede di applicazione pratica del diritto: Internet non può essere ricompreso nella nozione di stampa, con la conseguenza che le norme codicistiche, nonchè la speciale disciplina legislativa per essa dettata (anche in tema di responsabilità oggettive), non possono applicarsi al nuovo mezzo di comunicazione. Pertanto, in assenza di precise disposizioni normative che regolino specificatamente la materia in esame, ed in considerazione dei cennati orientamenti giurisprudenziali, la responsabilità penale dei gestori di siti Internet non può essere delineata (analogamente a quanto dispone l’art. 57 c.p. per i direttori e/o vice-direttori della stampa) a titolo di colpa (per non aver impedito la commissione dell’illecito), ma solo, ed eventualmente, a titolo di concorso nel reato (ai sensi dell’art. 110 c.p.).

Appare pertanto evidente che rientrano nella sfera di punibilità del reato di diffamazione commesso a mezzo Internet sia l’autore materiale del messaggio, sia i gestori del sito o del forum, sempre che ne ricorrano tutti i presupposti: pluralità degli agenti; elemento oggettivo; contributo causale del concorrente al verificarsi dell’evento; elemento soggettivo inteso come volontà effettiva di cooperare nel reato, ossia il dolo (quest’ultimo peraltro difficilmente dimostrabile).

Il giudizio di chiarezza che si esprime sul versante penalistico non può purtroppo ripetersi allorquando ci si sposti sul fronte civilistico, piano in cui la vexata quaestio della responsabilità dei gestori dei siti Internet per fatti illeciti commessi da propri utenti è oggetto di pronunce giurisprudenziali discordanti e diametralmente opposte. La sintomatica rappresentazione degli antitetici filoni giurisprudenziali formatesi sull’argomento può essere condotta attraverso l’analisi di due successive pronunce.

La teoria della culpa in vigilando è stata sostenuta ed applicata dall’ordinanza del Tribunale di Napoli emessa l’8/08/1996, la quale ha ritenuto la responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c. del provider per aver “autorizzato, consentito o comunque agevolato il comportamento illecito” di un proprio utente colpevole di aver diffuso comunicazioni in rete relativi a nomi e marchi appartenenti a dei concorrenti. Il Tribunale ha individuato gli estremi della concorrenza sleale per il responsabile dei messaggi e la compartecipazione colposa per il provider, assimilabile ad un responsabile editoriale, in quanto “il proprietario di un canale di comunicazione destinato ad un pubblico di lettori - al quale va equiparato quale organo di stampa un sito Internet - ha l’obbligo di vigilare sul compimento di atti di concorrenza sleale eventualmente perpetrati attraverso la pubblicazione di messaggi pubblicitari di cui deve verificare la natura palese, veritiera e corretta, concorrendo, in difetto, e a titolo di responsabilità aquiliana nell’illecito di concorrenza sleale”.

Tale approccio giurisprudenziale è stato recentemente sovvertito dall’ ordinanza del Tribunale di Roma, Sez. I Civile, del 17/05/98 (fattispecie di ricorso ex art. 700 c.p.c. per la rimozione di una espressione ritenuta diffamatoria immessa in newsgroup non moderato, ossia nel quale non è presente la figura del moderatore che ha la funzione di analizzare i messaggi in arrivo e di cancellare gli interventi che non corrispondono, per forma e contenuto, ai requisiti essenziali dell’area). Il giudice, pronunciandosi in ordine alla posizione del webmaster e del provider o news-server (convenuto dal danneggiato insieme all’autore del messaggio denigratorio), ha preliminarmente rilevato il difetto di legittimazione passiva del primo, non potendo tale soggetto “essere chiamato a rispondere in proprio per le attività svolte nella sua qualità di organo responsabile del news-server”.

Pari esenzione di responsabilità è stata poi riconosciuta al news-server, il quale “si limita a mettere a disposizione degli utenti lo spazio “virtuale” dell’area di discussione e nel caso di specie, trattandosi di un newsgroup non moderato, non ha alcun potere di controllo e vigilanza sugli interventi che vengono inseriti”. La decisione del Tribunale di Roma, pertanto, oltre ad aver negato quel principio di identità fra testata giornalistica e sito internet, ha ciaramente escluso che un gestore di un sito abbia un obbligo di controllo sul materiale inviato dai suoi utenti.

Peraltro, per non percorrere l’incerta strada dell’equiparazione dei gestori Intenet alla figura del responsabile editoriale, parte della dottrina ipotizza il ricorso all’art. 2050 c.c., assimilando l’attività di gestione di un sito Intenet allo “svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati”, con la conseguenza che, in caso di illecito commesso da un terzo che si avvalga di quello specifico spazio telematico, anche il gestore possa essere considerato responsabile e tenuto al risarcimento dei danni cagionati, salvo che lo stesso non provi “di avere adottato tutte le misura idonee ad evitare il danno”.


Risarcimento dei danni in sede penale.

Ai sensi dell’art. 185 c.p. “Ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui”. Tale regola muove dalla considerazione che un’unica condotta possa presentare due differenti profili di illiceità, uno relativo al settore penalistico e l’altro riguardante il settore civilistico. Al verificarsi di una tale eventualità il “soggetto al quale il reato ha recato danno ovvero i suoi successori universali” possono esercitare nel processo penale “l’azione civile per le restituzioni e per il risarcimento del danno di cui all’art. 185 del codice penale” (art. 74 c.p.p.), realizzando così la c.d. costituzione di parte civile.


Risarcimento dei danni in sede civile.

Il soggetto che ritenga lesi il proprio onore, decoro e reputazione ma che non intenda ottenere tutela in sede penale (proponendo la querela ed eventualmente costituendosi poi parte civile nel processo penale), può agire direttamente in sede civile per chiedere la condanna dell’autore del reato al risarcimento dei causati dalla condotta illecita. L’istanza risarcitoria, visto l’attuale indirizzo giurisprudenziale, si propone sulla base della tutela accordata dall’art. 2043 c.c., secondo il quale “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.

Territorialmente competente è il giudice civile del luogo dove si trova il server presso il quale vengono scaricate le pagine che compongono il sito contenente le dichiarazioni diffamanti (Trib. Lecce, sez. II, 16/11/00, peraltro nella citata sentenza il Tribunale di Lecce non ha applicato detto principio in quanto nel caso specifico il giudice non ha ritenuto esistere prova di dove il server si trovasse effettivamente, applicando così il criterio del forum destinatae solutionis, ossia il giudice del luogo ove il danneggiante ha la residenza o il domicilio, essendo l’obbligazione da fatto illecito un debito di valore, il cui adempimento va effettuato al domicilio che il debitore aveva al tempo della scadenza (artt. 20 c.p.c. e 1182 c.c.)).